Uno sguardo al futuro: progetto per un veicolo attrezzato per il trasporto di persone con disabilità (PREMI PER VISUALIZZARE DI PIU’)
Nel percorso di avvio della mia attività di assistenza domiciliare privata, orientata a offrire supporto concreto, dignitoso e personalizzato alle persone anziane, disabili o in condizione di fragilità, sto riflettendo sulla possibilità – futura, ma già in fase di studio – di integrare al servizio anche un mezzo di trasporto attrezzato.
Questa idea nasce da un’osservazione reale: molte persone seguite a domicilio vivono una condizione di isolamento anche per la mancanza di mezzi adeguati di trasporto. Uscire per una visita, una terapia, una commissione o un’attività sociale diventa spesso difficile o impossibile.
Perché non basta un’auto normale?
Attualmente, molti spostamenti – quando possibili – vengono effettuati con auto private, familiari o degli stessi operatori, ma questa soluzione è spesso insufficiente o addirittura inadatta, soprattutto quando parliamo di utenti in carrozzina o con mobilità fortemente compromessa.
Ecco un confronto diretto tra una comune auto privata e un veicolo attrezzato:
| Aspetto | Auto privata (non attrezzata) | Veicolo attrezzato |
|---|---|---|
| Accessibilità | Richiede che l’utente venga sollevato manualmente o che abbandoni la carrozzina | L’utente entra direttamente con la carrozzina grazie a una pedana manuale o elettrica |
| Spazio interno | Spesso insufficiente per contenere la carrozzina o per consentire movimenti | Ampio spazio modulare e progettato per carrozzine e accompagnatori |
| Sicurezza | Nessun sistema di ancoraggio; la carrozzina è spesso caricata smontata nel bagagliaio | Sistemi di ancoraggio certificati secondo normativa europea, con cinture dedicate |
| Comfort | Disagio durante salita/discesa; posizioni forzate o scorrette | Ingresso facilitato, seduta in carrozzina, clima e sedili progettati per fragilità |
| Normativa | Uso possibile ma non conforme al trasporto assistito in caso di disabilità | Veicolo omologato per il trasporto di persone con disabilità, conforme a Codice della Strada e DPR 503/1996 |
| Dignità della persona | Movimento forzato, dipendenza fisica e rischio di cadute | Autonomia, rispetto, movimenti assistiti e sicuri |
L’idea progettuale
In futuro, mi piacerebbe dotarmi di un veicolo attrezzato e omologato per il trasporto di persone con disabilità o mobilità ridotta. Questo mezzo non servirebbe semplicemente a “portare” qualcuno da un punto A a un punto B, ma sarebbe parte di un servizio relazionale, rispettoso e completo, integrato con l’assistenza domiciliare.
Il veicolo sarà pensato per:
- Visite mediche, terapie, controlli
- Accesso a centri diurni o strutture riabilitative
- Spostamenti familiari o sociali
- Semplici uscite utili al mantenimento dell’autonomia
Inquadramento e normativa
Questo servizio, quando realizzato, sarà svolto nel rispetto della normativa vigente:
- Codice Civile art. 2222 → rapporto di prestazione d’opera autonoma
- Codice della Strada art. 188 → veicoli per trasporto persone con disabilità
- D.P.R. 24 luglio 1996, n. 503 → eliminazione barriere e accessibilità
- Direttiva Europea 2007/46/CE → omologazione veicoli attrezzati
- Norme UNI EN 12183 – 12184 → sicurezza carrozzine nel trasporto
Il servizio sarà riservato alle persone già assistite, come integrazione dell’assistenza privata, e non si configurerà come trasporto sanitario o commerciale, bensì come supporto sociale personalizzato.
Un progetto in evoluzione
In questa prima fase, mi concentro sull’avvio del servizio di assistenza domiciliare. Ma avere una visione più ampia significa anche guardare oltre, progettare servizi che completino la cura della persona in ogni sua dimensione, compresa la possibilità di muoversi, partecipare, vivere.
Il trasporto assistito rappresenta una promessa di autonomia, un’opportunità in più per rendere la fragilità meno limitante.
Resterà, per ora, un’idea in evoluzione. Ma ogni buon progetto inizia con un’esigenza sentita, e con la volontà di offrire una risposta umana, competente e concreta.
Verso una rete multidisciplinare a domicilio: un progetto che cresce con le persone (PREMI PER VISUALIZZARE DI PIU’)
Il mio progetto di assistenza domiciliare nasce con un’idea semplice e concreta: portare supporto reale, umano e competente nelle case di chi vive una condizione di fragilità.
Ma questa visione non si ferma all’intervento individuale. Con il tempo, si trasforma in un progetto più ampio, multidisciplinare e sinergico, capace di rispondere a bisogni diversi, spesso intrecciati tra loro.
Una rete di professionisti, un unico obiettivo: la qualità della vita
L’obiettivo è costruire una rete composta da più figure professionali, ognuna con competenze specifiche, che possano lavorare insieme, anche se in modo autonomo, per offrire un servizio sempre più completo, centrato davvero sulla persona.
Operatori Socio-Sanitari (OSS)
- Offrono assistenza pratica alla persona: igiene, vestizione, aiuto nei pasti, cura dell’ambiente domestico.
- Sono spesso i primi volti familiari, presenti e affidabili nel tempo.
- Rafforzano il senso di sicurezza e continuità nella routine quotidiana.
Educatori Professionali
- Lavorano sulla stimolazione cognitiva e relazionale.
- Propongono attività personalizzate per mantenere vive le capacità residue, rallentare il declino e sostenere l’autonomia.
- Accompagnano la persona anche nella dimensione del tempo libero e delle relazioni.
Fisioterapisti domiciliari
- Aiutano a recuperare o mantenere la mobilità, la forza e la coordinazione.
- Lavorano per prevenire cadute e migliorare la qualità della vita fisica.
- Intervengono con programmi su misura, rispettosi dei tempi e delle condizioni della persona.
Infermieri
- Si occupano di cure e monitoraggio della salute, quando necessario.
- Rappresentano un ponte delicato tra la persona assistita e il contesto sanitario, riducendo disagi e spostamenti inutili.
Figure di supporto psicologico e relazionale
- Ascolto, presenza, stimolazione emotiva.
- Aiutano a gestire l’ansia, la solitudine, i momenti di crisi, non solo per la persona assistita ma anche per i familiari.
- Interventi delicati ma essenziali, capaci di restituire senso e benessere.
Perché multidisciplinare? Perché la persona è fatta di molti bisogni
La fragilità non è solo fisica. Spesso è una miscela di emozioni, limiti pratici, cambiamenti di vita, solitudine, piccoli dolori silenziosi.
Per questo la risposta non può essere una sola: deve essere complementare, coordinata, umana.
Il nostro compito sarà ascoltare, osservare e proporre le figure più adatte di volta in volta, in base ai bisogni, ai desideri e alla storia di ciascuno.
Un’evoluzione naturale del progetto, una promessa di cura più completa
Questa idea di rete nasce da ciò che vedo ogni giorno: persone che hanno bisogno non solo di essere aiutate, ma di essere comprese, accompagnate, rispettate.
Un piccolo gesto di cura può fare la differenza. Ma un servizio pensato nel suo insieme può migliorare davvero la qualità della vita.
Col tempo, passo dopo passo, questo progetto si allargherà, includerà nuove competenze, nuove energie, nuovi sguardi.
Sempre con un’unica direzione: stare accanto alla persona, dove vive, come è.
Fare rete con le istituzioni: un progetto che vuole arrivare ovunque c’è bisogno (PREMI PER VISUALIZZARE DI PIU’)
Nel mio lavoro quotidiano a fianco delle persone fragili, mi rendo conto sempre più di quanto la cura e il supporto non possano essere delegati a un solo attore.
Le famiglie vivono spesso situazioni complesse, incerte, a volte invisibili: ci sono anziani soli che non chiedono aiuto, disabili che non ricevono risposte adeguate, persone che faticano a orientarsi tra i servizi disponibili o che, purtroppo, non rientrano nei criteri di accesso ai servizi pubblici.
Il progetto: costruire alleanze con il territorio
L’obiettivo è semplice e ambizioso al tempo stesso: non lasciare fuori nessuno.
Per farlo, desidero sviluppare un sistema di collaborazione attiva con le istituzioni locali, in particolare con:
- Servizi sociali comunali
- ULSS e distretti sanitari
- Centri diurni, case di riposo e servizi integrativi
- Scuole, parrocchie, patronati, farmacie, sportelli informativi
La proposta è non sostituirsi ai servizi pubblici, ma affiancarli, colmare i vuoti, raggiungere le situazioni marginali e agire in continuità con quanto già esiste, senza creare sovrapposizioni o confusione.
Cosa significa collaborare con le istituzioni?
- Condividere informazioni sui bisogni emergenti, con la dovuta riservatezza
- Farsi conoscere come risorsa affidabile sul territorio, professionale, tracciabile, disponibile
- Accogliere segnalazioni informali da parte di assistenti sociali o altri operatori, laddove non siano attivabili servizi pubblici
- Offrire soluzioni leggere, rapide e flessibili per situazioni urgenti o isolate
- Partecipare a tavoli di confronto o progettazione territoriale, se richiesto
- Creare micro-progetti condivisi in base alle esigenze di singoli Comuni o frazioni
Il ruolo del libero professionista in rete
Come libero professionista:
- non rappresento un ente, ma una presenza operativa, affidabile e tracciabile
- Posso essere un ponte tra la persona fragile e il mondo dei servizi
- Posso intercettare bisogni sommersi, anche grazie alla fiducia che si crea a domicilio
- Posso lavorare senza burocrazia, ma con rigore, affiancando e non sostituendo
Perché questo progetto può fare la differenza
Molte persone rimangono fuori dal radar dei servizi, pur avendone bisogno: non hanno ISEE, non riescono a fare domanda, non hanno figli vicini, o semplicemente non chiedono per dignità o rassegnazione.
Collaborare con le istituzioni significa non dimenticare nessuno, offrire risposte dove oggi ci sono silenzi.
Significa riportare umanità, ascolto e presenza anche dove mancano tempo, mezzi e personale pubblico sufficiente.
Una rete che si costruisce passo dopo passo
Il mio desiderio è costruire una rete non formale ma viva, fatta di relazioni, fiducia, presenza, scambio.
Una rete che tiene insieme istituzioni, liberi professionisti, famiglie, volontari, realtà di quartiere e operatori.
Un sistema umano di prossimità, che parla la stessa lingua: quella della cura.


